| La Valle Albano rappresenta l’area di maggiore interesse della sponda occidentale del Lario in relazione alla presenza di tracce storiche di significative attività minerarie e metallurgiche che, pur nelle mutate condizioni ambientali e tecnologiche, sono giunte fino ai giorni nostri. E’ probabile che la scoperta di giacimenti ferrosi nei primi anni del Quattrocento e l’apertura delle prime ferriere a Dongo intorno al 1465 abbiano favorito nei secoli successivi l’insediamento di maestra nze specializzate nelle tecniche di estrazione e di trattamento di questo minerale metallifero. Molti viaggiatori e studiosi visitarono le miniere della Valle Albano tra Settecento ed Ottocento, come lo scienziato al servizio del governo austriaco Domenico Vandelli, che nel 1763 raccolse i suoi appunti di viaggio in un saggio naturalistico, rimasto a lungo inedito, su buona parte del territorio comasco.
A fine Settecento l’erudito viaggiatore Carlo Amoretti riportava alcune notizie geologiche e storiche delle miniere e le ferriere della Valle Albano, così come nel secolo successivo avrebbe fatto Cesare Cantù, che nel 1859 scriveva: “la Valle dell’Albano è visitata pei forni del ferro. Questa miniera, come le già dette della Gaeta e della Valsassina, son alimentate da filoni che pare attraversino le prealpi dal San Gotardo fin al Tirolo” . Anche Amoretti aveva annotato che “quivi sono i filoni di ferro spatico, che all’ovest unisconsi a quei di Valcavargna, e prosieguono all’est per la Valsassina superiore”: quindi, ai giacimenti nei pressi di Dongo e in Valle Morobbia, egli associava quelli della Val Cavargna, della Valsassina e della Val Varrone, questi ultimi sulla sponda opposta più meridionale del lago di Como, dove si svilupparono le ferriere e le manifatture per la produzione dei coltelli di Premana. In Valle Albano il minerale veniva estratto dalla “Miniera del Crotto”, posta poco sopra la frazione di Barbignano e dalla “Miniera di Tegano”, a quota più elevata nella valle sulla destra orografica del torrente Albano: entrambe si trovavano in una posizione assai favorevole per consentire un agevole trasporto del ferro per via lacuale.
A metà Settecento Domenico Vandelli ricordava che “in distanza da Donco 1⁄4 di miglio nel Luogo detto il Crotto, o Cantina [...] vi è profondissimo cunicolo di miniera di ferro [...] Longi da Donco un miglio nell’istessa giogana di monte, che acqua pende verso Austro, nella valle di Donco ove dicesi Tremazzon [Tre Mason] vi sono tre abbondanti, e profondi Cunicoli di miniera di ferro simile all’altra sopra indicata in matrice di petroselce nereggiante. E di qui lungi 100. Passi nell’istessa direzione a Tagan [Tegano] vi sono tre antichi Cunicoli dell’istessa miniera”. Le attività minerarie e metallurgiche proseguirono con discreti risultati fino agli ultimi anni del Settecento, quando, come segnala Cantù, gli impianti metallurgici passarono ad un nuovo proprietario: “Possedeano il forno i conti Giulini da Milano [...] che nel 1790 lo vendette ai Rubini, i quali v’introdusser miglioramenti, e massime il modellar la ghisa. Continuò così il lavoro coi metodi vecchi, sinchè nel 1839 formatasi la società Rubini, Scalini, Falck e C., viepiù si attivarono le cave di Crotto e Tegano, giovandosi del torrente Albano, e introducendo gli ultimi raffinamenti della metallurgia, e forni di seconda fusione”.
In effetti la ferriera donghese divenne proprio tra il 1839 ed il 1850 “l’impianto pilota del rinnovamento tecnico della metallurgia lombarda”, anche se tale ruolo non fu poi mantenuto nei decenni successivi. Verso la fine dell’Ottocento, infatti, l’estrazione e la lavorazione del ferro dalle miniere della Valle Albano si interruppe Il contesto socioeconomico e le modificazioni storiche del paesaggio operate dall’uomo a causa di una crisi economica che stava coinvolgendo anche le vicine miniere della Val Morobbia. Le miniere di Tegano e di Crotto furono quindi abbandonate nel 1880, mentre l’attività siderurgica della famiglia Falck proseguì con altre tipologie di impianti nel corso del Novecento. Ancora oggi, tuttavia, salendo per circa 350 m sulla destra del torrente Albano, al di sotto della frazione di Catasto, si possono osservare i resti delle murature dei forni di prima fusione, appartenenti alle infrastrutture impiegate per la lavorazione del minerale estratto. Di questi forni ad impianto circolare si vedono ancora le prese d’aria e lo scarico di fusione vicino al corso del torrente, mentre sono ancora in parte riconoscibili alcuni tratti della mulattiera selciata che collegava i forni alle soprastanti miniere. |