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Vita di montagna, attività agropastorali
e insediamenti rurali |
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In Valle Albano si trovano ancora alcune particolari costruzioni prevalentemente destinate ad uso agricolo e pastorale, denominate masùn. Questo termine, ancora utilizzato nell’idioma locale, ha origine dalla voce latina medievale mansum (dal verbo manere, pernottare o soggiornare), con cui si indicava un’abitazione temporanea connessa con l’allevamento del bestiame. A conferma della grande antichità di questa tipologia abitativa, sembra che il primo a coniare questo termine al femminile sia stato il famoso architetto romano Vitruvio. Di norma gli animali ricoverati nella masùn erano soprattutto mucche e qualche pecora: nel comune di Germasino erano piuttosto rare le capre, allevate invece con maggior frequenza nei terreni più elevati del comune di Garzeno. Le mucche, di norma due o tre esemplari, si rivelavano spesso molto redditizie per la produzione del latte e dei suoi derivati: nelle masùn veniva infatti praticata una rudimentale attività casearia con cui si produceva in particolare la semuda, un tipico formaggio della Valle. Al pari dei formaggi, anche la gran parte delle altre risorse alimentari erano utilizzate in loco per il sostentamento dei valligiani. Il cibo era ricavato unicamente dalla coltivazione dei campi (in primo luogo segale e patate, ma anche castagne e viti) e dall’allevamento del bestiame, anche se la Valle Albano non è mai stata una zona ottimale per la produzione agricola.
D’altro canto, in quasi tutte le valli che si affacciano sul Lario l’agricoltura di montagna si è sempre mantenuta su livelli di mera sussistenza.Non a caso lo storico comasco Cesare Cantù nel descrivere a metà Ottocento gli abitanti della Val Cavargna, limitrofa alla Valle Albano, ricordava che “poverissimamente vivono dè prati, dè boschi e del contrabbando. Se vedeste che tuguri per case!”. Proprio per questo per i valligiani era veramente importante poter tutelare la loro comunità: in un editto del 1755 ritrovato nel Comune di Germasino si legge infatti che “in nessun tempo sia lecito ad alcuno [...] ritenere nel territorio [...] bestie grosse o minute, le quali siano dà forestieri, principalmente nel tempo delli pascoli sotto pena di lire sei”. La vita della famiglia valligiana seguiva strettamente i tempi ed i cicli della natura: durante la stagione calda bisognava sfruttare al meglio le ore di luce e la giornata iniziava con il sorgere del sole, mentre durante l’inverno ci si poteva dedicare a lavori al chiuso come cardare la lana (occupazione tipicamente femminile), intrecciare i campàgg (le gerle che venivano utilizzate per trasportare il fieno) e costruire attrezzi d’uso quotidiano come il taràl (il coltello di legno, utilizzato spesso per tagliare le porzioni di polenta) o il bagiulùn (un secchiellone a doghe di legno). Il tempo meteorologico era un elemento cruciale nella vita dei valligiani, soprattutto in relazione ai danni che eventuali improvvisi mutamenti climatici potevano causare alle loro colture.
In un interessante quaderno manoscritto, ricco di annotazioni in forma diaristica sulla vita delle comunità dell’alta Valle Albano, compilato forse da Nicodemo Chiaroni nella seconda metà dell’Ottocento e ritrovato a Germasino, si annotava ad esempio che nel 1888 “il giorno 19 febraio” vi fu una forte nevicata nel paese e la neve arrivò ad esser alta quanto un braccio. Nello stesso anno, inoltre, “sui nostri monti la neve pasava li 3 bracia” e si contarono “tante valanghe e cadute, con case crolate e vittime di gente e bestiame,nella valle di Garzeno e restato sotto la valanga due giovani Valla Giovanni e Caligari Domenico”: si trattava insomma di un anno con “immense rovine da ogni parte”. Alle quote più elevate le masun venivano sostituite dagli alpeggi, costruzioni collettive normalmente di proprietà delcomune, affittate ai contadini che intendevano farvi sostare i loro capi durante i mesi estivi.
A tal proposito sono stati reperiti numerosi contratti di affitto tra i documenti ottonovecenteschi conservati presso l’archivio del comune di Germasino: di norma l’affittanza comunale si svolgeva per mezzo di un’asta pubblica e generalmente aveva una durata di 9 anni. In seguito alla delibera veniva affisso non solo a Germasino, ma anche nei comuni limitrofi di Gravedona, Dongo, Stazzona, un “avviso d’asta” per l’affitto dell’alpe; qui, ad esempio nel caso di un documento datato 6 gennaio 1920, veniva reso noto “che alle ore 10 del giorno 22” si sarebbe tenuto “nell’ufficio Comunale di Germasino, un pubblico incanto per l’affitto novennale dell’Alpe Brunedo [...] L’asta si farà col sistema della candela vergine e l’aggiudicazione verrà fatta all’estinzione della terza ed ultima candela vergine”. Con questo metodo il tempo disponibile veniva misurato dalla combustione di tre candele intatte, accese consecutivamente: quando la terza candela si spegneva l’incanto era deciso e si procedeva all’affissione di un “avviso di pronunciato deliberamento”, nel quale veniva pubblicamente reso noto il nuovo affittuario, in questo caso Teodoro Boschi, che si aggiudicò l’affitto dell’alpe Brunedo “pel prezzo di Lire 1075”. |
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